La finanza islamica, questa sconosciuta (in Italia)

La finanza islamica, questa sconosciuta (in Italia)

La Finanza islamica rappresenta un segmento circoscritto ma in forte crescita nell’ambito dell’industria finanziaria mondiale. Questo settore è da tempo oggetto di grandi attenzioni anche da parte dei Paesi occidentali, sia per gli elevati tassi di crescita che il fenomeno ha registrato nel corso degli ultimi anni, sia per l’importante dimensione che esso ha raggiunto in termini assoluti, gestendo ad oggi un capitale stimato di oltre 1.8 trilioni di dollari.

La crisi economica globale ha dato un’ulteriore spinta propulsiva a questo tipo di finanza, ritenuta meno speculativa e più ancorata all’economia reale rispetto ai sistemi convenzionali.

La finanza islamica, difatti, segue la Shari’a, la legge islamica, che fissa in materia di finanza tre principi capitali: il divieto di chiedere interessi (riba), considerati una forma di usura; la condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore e, infine, l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, e ciò in teoria esclude il ricorso a prodotti derivati.

Secondo i precetti del Corano, il denaro non può quindi stare fermo e generare altro denaro. Per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive (come ad esempio gli immobili).

In Europa, principalmente Inghilterra, ma anche Francia e Germania hanno cominciato ad aprirsi, recentemente, alla finanza islamica. In particolare in Francia (dove vivono 6 milioni di musulmani, con un potenziale di mercato retail di circa 1,5 milioni di clienti), a partire da giugno 2011 la Chaabi bank ha cominciato a offrire conti deposito per clienti, arrivando a 500 nuovi depositi registrati ogni mese e a un tasso di acquisizione in continua crescita.

In Italia questo segmento, risulta agli albori, anche se si stanno moltiplicando i segnali di attenzione e interesse da parte di operatori del settore finanziario per favorire forme di integrazione economica. È bene ricordare che nel mondo si muovono fondi sovrani o fondi pensione, società di gestione del risparmio o finanziarie che fanno capo a ricche famiglie, che guardano costantemente l’occidente per cercare buone occasioni di investimento.

L’Italia non dovrebbe rifuggire da investimenti esteri, arroccandosi in posizione difensiva, ma anche per la sua posizione geografica dovrebbe aprirsi agli investitori di tutto il mondo che credono nel Made in Italy e investono nelle nostre imprese, finanziando la nostra infrastruttura e l’industria del paese.