Airbnb non ucciderà i nostri centri storici, ma lo faremo noi se non cambiamo (Econopoly)

Sono stati tanti e interessanti gli spunti offerti dal post di Raffaello Zanini ospitato la settimana scorsa qui su Econopoly, dal titolo “Mi ospiti nel tuo appartamento? Gli effetti di AirBnB sulla città turistica”. Ne usciva un quadro tra il critico e il preoccupato. Personalmente, come Algebria Capital, abbiamo investito in una società, CleanBnB, che fornisce servizi ai proprietari che decidono di entrare nel mercato dell’affitto turistico, o meglio affitto breve, perché le locazioni brevi non sono solo turistiche ma portano nelle nostre città persone che si spostano anche per ragioni d’affari, per ragioni sanitarie per l’assistenza ai propri cari ricoverati in ospedale, e perché no, anche sportive. Faccio questa specifica perché non solo abbiamo investito in questa startup innovativa, ma abbiamo anche creato una struttura locale per affiancare i proprietari in tutto il Veneto, e quindi conosco personalmente anche il lato operativo del lavoro, non solo quello finanziario o teorico. È una sfida, ogni giorno.

Sono sostanzialmente tre i filoni di criticità sollevati da Raffaello: le nostre città si stanno trasformando in parchi giochi per turisti; l’abusivismo; e l’impatto sull’industria alberghiera. Parto da quest’ultimo punto. Sono i numeri a parlare, ed in effetti, il “fenomeno” Airbnb ha eroso quote di mercato, e quindi redditività all’industria alberghiera, mediamente in tutto il territorio italiano, però imputare agli affitti brevi il fatto che tale erosione incida sulla propensione all’investimento e al rinnovo di strutture poco redditizie è nascondere una realtà che chiunque di noi conosce. Il settore turistico, come industria, è ancora oggi lasciato all’improvvisazione. Semplifico al massimo: tanto l’Italia è bella e i turisti arrivano comunque. NON è più così almeno da una decina d’anni.

L’offerta è mondiale, i voli da una parte all’altra del globo riducono le distanze, e il fatto di avere bellezze uniche al mondo non basta più. Le nostre strutture sono generalmente vecchie, viviamo ancora di rendita del boom turistico degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, oppure fanno pagare servizi ormai considerati di base per un soggiorno: siamo proprio sicuri che in tutti gli alberghi d’Italia il wi-fi sia gratuito? Quindi imputare il mancato rinnovo delle strutture ad Airbnb e al suo modello di business non è del tutto corretto, io personalmente imputerei tali colpe ad una non programmazione imprenditoriale. Potrei parlare a tal proposito del caso di Abano Terme, in provincia di Padova. È un dato di fatto che non riguarda solo l’industria del turismo: l’Italia, in tantissimi ambiti, si è fatta trovare totalmente impreparata dalla globalizzazione, e ne ha subito le conseguenze, più che adattarsi al cambiamento.

Sicuramente ora l’obiezione di Raffaello, e del lettore, sarà: ok, ma le tasse? La concorrenza sleale? Verissimo. È un problema, ma, per rimanere nell’ambito che conosco, in Veneto guarda caso se si fanno i controlli si riesce a contrastare il fenomeno. Il vero problema è che la legislazione per svolgere questa attività è (volutamente?) confusionaria e cambia da Regione a Regione, e ciò o scoraggia l’avvio o, peggio, incentiva quel meccanismo che si innesca e, semplifico ancora, “tanto siamo in Italia e prima che mi becchino…”. La colpa è quindi del “modello Airbnb”, o forse, aspetto di cui non si discute abbastanza, è che lo Stato, e l’Europa, non sanno come regolamentare la gestione dei dati che le persone lasciano sulla Rete. Ora c’è il “pericolo privacy violata in Facebook” (sorridiamo che è meglio, ndr), ma cosa succederebbe se da domani Airbnb, e le piattaforme simili, fossero costrette a fornire tutti i dati (magari anche storici) di ogni singolo appartamento inserito sul portale? Il lettore si soffermi a pensare. E chi ha pensato di aggirare una normativa che è sì complessa ma non bizantina, magari ora non sarà così tranquillo. Perché siamo proprio sicuri che non accadrà mai?

Ultimo aspetto: città turistiche e non più città “genuine”. Ciò può essere vero per città come Venezia, o in determinati centri storici come Firenze e Roma, dove in effetti, economicamente parlando, è più vantaggioso per un proprietario mettere in affitto il proprio appartamento per brevi periodo, piuttosto che con l’affitto tradizionale (col il proprietario che comunque deve provvedere alle bollette energetiche, al pagamento delle varie tasse locali che finiscono ai Comuni, aspetto solo in parte vero se l’abitazione rimanesse vuota). Però a beneficiare, oltre ai proprietari, sono anche le attività di ristorazione, i negozi di vicinato che magari aumenteranno i prezzi, ma nelle città summenzionate in questo e nell’articolo di Raffaello, e non nelle città di provincia come Vicenza o Padova, dove il panettiere o la commessa si lamentano di non riuscire a parlare col turista straniero che, cito “cosa vuole questo qua, perché non se ne sta al suo paese. Io devo imparare l’inglese? E perché?”. Assicuro che purtroppo è successo davvero. E l’Italia è non solo quelle quattro o cinque città conosciute a livello mondiale, perché solo con qualche decina di chilometri il turista può essere accompagnato in percorsi più autentici, più genuini, più italiani. E in tal modo si possono far rivivere città o piccoli borghi che non sono sulle mappe del turismo internazionale.

Ok, ma i lati positivi? Parliamoci chiaro: l’innovazione di Airbnb è stata, in definitiva, quella di portare il turista medio dalle città a chiara vocazione turistica a quelle medio-piccole e che tale vocazione era più una conseguenza che una volontà. Faccio un esempio concreto: Vicenza era conosciuta per pochi aspetti: la sua banca, la sua squadra di calcio, il settore orafo, i monumenti palladiani. Ora sono rimasti solo i monumenti palladiani, che pensate un po’, stanno ospitando negli ultimi anni tutta una serie di mostre, l’ultima dedicata a Van Gogh, che stanno avendo un successo straordinario. Quando mai a Vicenza si vedranno ancora 200mila visitatori in pochi mesi, con tutti le necessità da soddisfare? E a beneficiarne sono stati solo i proprietari di appartamenti? O tutta una filiera di società, grandi o microimprese, in molteplici settori (l’ospitalità alberghiera, la ristorazione, negozi e botteghe con “porte aperte” per visite per conoscere i mastri artigiani). Il lettore potrebbe dire: questo è un turismo mordi e fuggi; ma, chiedo io, la colpa è di Airbnb o della mancanza di un modello di attrazione per rendere questi flussi costanti?

Altri aspetti positivi del “modello Airbnb”? Potrei continuare a raccontare della nascita di nuove imprese di servizi, o di nuove professionisti a partita IVA, o ancora con una aumento della vivacità (non solo notturna) e di contaminazione positiva: vogliamo città più turistiche o città più vuote (visto il calo della natalità e l’invecchiamento della popolazione)?

Come sempre, anche su questo tema ci possono essere due scuole di pensiero: chi vede nell’innovazione un pericolo, e chi invece un’opportunità. Servono paletti? Controlli? Regolamenti? Sì, ma servono anche inventiva e attrattiva, altrimenti mentre siamo qui a dividerci tra chi è pro e chi è contro l’affitto turistico, fra 10 anni il turismo non sarà più considerato il “petrolio d’Italia”. Siamo già al terzo posto in Europa dopo Francia e Spagna, non lamentiamoci ora, altrimenti piangeremo poi.

Leggi articolo originale su Econopoly / Il Sole24ORE